Uno studio mette sotto accusa i prodotti antibatterici per uso domestico: non sempre servono e alimentano la resistenza ai farmaci
Eu.Spa.
26 aprile - 17:22 - MILANO
Il sapone antibatterico sul bordo del lavandino, lo spray disinfettante sotto il piano cottura, il detersivo per il bucato con la scritta "azione antibatterica", in grande, sulla confezione. Prodotti che milioni di persone comprano convinte di proteggersi meglio dai germi. Ma secondo uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, quei prodotti non offrono alcun vantaggio rispetto al sapone comune, nella quasi totalità degli usi domestici. E contribuirebbero a creare le condizioni per cui i batteri diventano resistenti agli antibiotici, cioè ben più difficili da trattare quando causano infezioni serie.
Si calcola che i batteri resistenti ai farmaci uccidano già più di un milione di persone all'anno nel mondo, con proiezioni che indicano due milioni di morti annui entro il 2050. Le politiche sanitarie si concentrano quasi sempre sull'abuso di antibiotici negli ospedali e negli allevamenti intensivi. Ma lo studio sostiene che esiste un fronte trascurato: casa nostra.
Batteri resistenti
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Il principale imputato è una sostanza chimica chiamata cloruro di benzalconio, nota anche con la sigla ADBAC, appartenente alla famiglia dei composti di ammonio quaternario. Si trova nei saponi per le mani, negli spray detergenti, nei tessuti trattati e nei prodotti per la cura personale. I ricercatori l'hanno rilevata nelle acque reflue, nei fiumi, nei suoli e nell'acqua potabile. Studi sull'uomo l'hanno invece trovata nel sangue e nel latte materno. Quando i batteri incontrano questo composto a dosi basse, troppo deboli per eliminarli, le specie resistenti proliferano e sviluppano difese non solo contro il disinfettante stesso, ma anche contro classi di antibiotici clinicamente importanti: fluorochinoloni, beta-lattamici, tetracicline, come è stato documentato su superfici di palestre, fanghi di depurazione e fonti idriche.
Non è l'unico ingrediente preoccupante: la clorexidina, per esempio, potrebbe favorire la resistenza del Klebsiella pneumoniae alla colistina, antibiotico usato come ultima risorsa quando quasi tutte le altre opzioni terapeutiche sono esaurite.
Circolo vizioso
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Circa un quarto dei composti di ammonio quaternario utilizzati ogni anno finisce nell'ambiente attraverso scarichi e deflussi. La maggior parte confluisce negli impianti di trattamento delle acque reflue, che ricevono anche reflui ospedalieri carichi di disinfettanti e organismi resistenti. Quegli impianti sono ambienti ad alto rischio: popolazioni batteriche dense, sottoposte a stress chimico, trovano condizioni favorevoli per scambiarsi geni di resistenza. Quando i fanghi contaminati vengono poi sparsi sui terreni agricoli, i composti migrano nei suoli e nelle acque superficiali. E perpetrano il loro ciclo.
Che fare? Lo studio suggerisce che quando la disinfezione è davvero necessaria in casa, perossido di idrogeno e prodotti a base alcolica funzionano altrettanto bene, con un rischio molto più basso di favorire la resistenza batterica. Idem per i detergenti per il bucato con formula antibatterica: la disinfezione non è necessaria per il lavaggio domestico ordinario visto che un normale detersivo con acqua calda rimuove la maggior parte dei microrganismi dai tessuti. Per la pulizia quotidiana delle mani e delle superfici, invece, FDA americana e Organizzazione mondiale della sanità raccomandano già da anni il semplice sapone e acqua: offre la stessa protezione dei prodotti antibatterici, senza le controindicazioni che questi ultimi portano con sé.



