racconto
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Ha dominato a San Antonio, ha vinto diventando una stella e disinnescando quelle altrui. L'ha fatto in modo semplice come i suoi vestiti, fintamente disinteressato, sfruttando traiettorie e movimenti agli altri sconosciute
Oggi Tim Duncan compie cinquant’anni. È una cifra che suona quasi incongrua per chi lo ha fissato nella memoria come una presenza permanente: schiena dritta, ginocchiere nere, espressione impassibile, la mano alzata per chiamare un gioco e poi quel tiro al tabellone da "quaranta gradi" che sembrava uscito da un manuale di geometria, più che da una partita Nba: ogni traiettoria come se fosse concepita nello spazio piatto bidimensionale e tridimensionale attraverso uno sguardo che sintetizzava ipotesi e deduzione. Per raccontare la sua grandezza bisogna partire non da un paradosso ma da un vero e proprio equivoco: per quasi tutta la carriera è stato descritto come uno “semplice”, ammesso che la definizione avesse un senso. Era un complimento "pigro", il più scontato e dozzinale che si potesse fare a un giocatore che sin dagli anni del college si era invece mostrato tecnicamente sofisticatissimo. Tim Duncan non era uno che sul parquet faceva cose semplici. Faceva apparire semplici giocate estremamente elaborate, il che era tutta un altro concetto, incarnato soltanto dai pochi che fanno parte della ristretta élite dei fuoriclasse. Di più: dei campioni epocali.


