ll 20enne di Philly, scelta n.3 al draft, ha firmato 30 punti, 10 rimbalzi e 6 triple nella vittoria che è valsa l'1-1 nella serie. "È un rookie, ma sa giocare", ammette Brown: ora Boston deve trovare contromisure immediate per riprendersi il fattore campo in gara 3
"He's a ballplayer", "è un giocatore vero", commenta Jaylen Brown in conferenza stampa dopo la sconfitta in gara 2 sei suoi Celtics contro i Sixers. Il soggetto del suo endorsment è VJ Edgecombe, rookie di Philadelphia, che ha bucato la difesa di coach Mazzulla con 30 punti e 10 rimbalzi. A 20 anni è il più giovane di sempre a mettere insieme queste cifre ai playoff. E pare trovarsi bene al TD Garden: al suo debutto, proprio a Boston si era presentato all'Nba con 34 punti e 7 rimbalzi. Questa partita era però tutt'altra cosa.
verso gara 3
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Boston, dopo la vittoria in gara 1, sembrava poter attraversare indenne il primo turno. Senza Embiid, operato di appendicite e ancora fuori dai giochi, Philadelphia si era presentata poco attrezzata contro i Jay’s e compagni. Ora i Sixers hanno guadagnato tempo e prospettiva, oltre che ribaltato il fattore campo. Ai playoff basta un attimo per passare da spacciati a pienamente in corsa, e allungare la serie è decisivo nel tentativo di recuperare Embiid. I Celtics in gara 3 dovranno fare un lavoro diverso, o migliore, sugli esterni: Maxey e Edgecombe hanno segnato 59 punti combinati. Edgecombe ha gestito la partita come un veterano, Maxey l’ha chiusa. Spiega tutto Jaylen Brown, mvp delle Finals 2024: "L’abbiamo lasciato (Edgecombe) troppo a suo agio, si è messo in ritmo e ha avuto un grande impatto sulla partita. Inoltre ha segnato 6 triple, è un tiratore capace, dobbiamo fare degli aggiustamenti difensivi su di lui. È un rookie, ma sa giocare". Le buone percentuali dei Sixers dall'arco (dopo che in gara 1 avevano fatto la peggior prestazione dell'anno) sono state un fattore, ma ha fatto la differenza la fiducia con cui i giocatori hanno preso i tiri. Hanno approcciato la partita meno pensierosi.
bimini
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"Sono partito da Bimini, da una piccola isola delle Bahamas, e sono arrivato fino ai Sixers. La nostra isola è lunga circa 11 chilometri e larga 800 metri, cose come questa non capitano tutti i giorni alla nostra gente", scriveva Edgecombe su The Player's Tribune. Dentro queste parole c’è già molto di lui: l'orgoglio delle sue radici ("mia mamma si è sempre assicurata che avessimo tutto quello di cui avevamo bisogno, anche se non era tutto quello che volevamo"), la fame di chi ha dovuto lasciare presto casa per inseguire il basket vero. Edgecombe era abituato a sentirsi dire che certi traguardi non erano per lui. "Non puoi fare questo, non puoi fare quello", racconta di essersi sentito ripetere spesso. La risposta è sempre stata la stessa: "Sono disposto a fare qualsiasi cosa serva". La notte del Draft aveva fatto cucire "Sugar" sulla giacca, omaggio al primo allenatore Grathen "Sugar" Robins, il primo a credere davvero in lui. E quando arrivò il momento di misurarsi con giocatori Nba nelle prime esperienze con la nazionale bahamense, si presentò con la stessa mentalità: "Penseranno che ho paura. Ma io non avevo paura". Ha conservato quell’energia ruvida e genuina che oggi si riconosce ancora in campo.



