Gli amici di Brescia non lo considerano impossibile: il legame con l’Italia, l’eredità di Mazzone, la voglia di guidare una nazionale dopo aver vinto tutto nei club, il bisogno di trovare un ambiente unito, coeso e capace di sostenerlo
Gian Paolo Laffranchi
24 aprile 2026 (modifica alle 19:21) - MILANO
Gli amici bresciani hanno già scelto il miglior Franciacorta per brindare, quando (e se, eventualmente) sarà. Perché il passo dal mai-dire-mai al si-può-fare è breve, in questo sogno chiamato "Guardiola ct dell’Italia". Perché no? Non siamo campo dell’utopia, anzi, e ad esserne convinto sono proprio quelli che a Pep sono affezionati da tempi non sospetti, da vent’anni suppergiù, quando non solo questa eventualità non era nemmeno un’ipotesi, ma quando neanche il suo fan numero uno avrebbe potuto sospettare un futuro da recordman della panchina per il regista che si faceva applaudire accanto a Roberto Baggio nel Brescia più bello della storia.
senza fretta
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Da allora è successo di tutto e anche di più, ma Pep i suoi amici bresciani - quelli che gli sono rimasti vicino sempre, nella buona e nella cattiva sorte, non solo nelle tante vittorie ottenute - non li ha mai dimenticati, e il legame è saldo perché ampiamente ricambiato. Si parte da qui, per riannodare i fili che potrebbero riportare l’allenatore più vincente in attività in Italia. Chi lo conosce bene ne è convinto: Guardiola ha voglia di guidare una nazionale. Come Carlo Ancelotti ha scelto il Brasile dopo aver vinto tutto a livello di club, Pep potrebbe ripartire da una sfida simile dopo aver salutato il Manchester City. Il fatto di essere in piena corsa per l’ennesimo titolo in Premier League, e sarebbe il settimo in 10 anni, in realtà rende ancora più concreta la possibilità: lasciare da vincitore una società, una città in cui si è stati tanto bene e si è fatto benissimo, sarebbe il massimo. Il desiderio di cimentarsi con qualcos’altro è più che plausibile, come la necessità di staccare un po’ la spina dopo tanto stress agonistico. Dunque Guardiola non avrebbe fretta, si prenderebbe tutto il tempo prima di scegliere la nuova avventura in cui tuffarsi. Tempo che l’Italia non ha, dopo la terza eliminazione consecutiva dal Mondiale. Ma il nuovo presidente della Federcalcio potrebbe toccare le corde giuste per indurlo ad accelerare i tempi.
uno per tutti
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Non è una questione economica (anche se uno sponsor sarebbe indispensabile alla conclusione di un’operazione inevitabilmente onerosa). Guardiola avrebbe bisogno di sentirsi voluto e sostenuto da tutto il sistema calcio (e sarebbe anche doveroso garantirgli stage e accortezze nel calendario, dopo gli errori commessi a scapito degli ultimi selezionartori). Inoltre e soprattutto, ha riscontrato a Manchester quanto è importante trovare un ambiente che ti sostiene, coeso, da tutti-per-uno uno-per-tutti. Lo si è visto nel modo in cui compagni e pubblico hanno sostenuto Gigio Donnarumma dopo l’errore con l’Arsenal (risultato: vittoria). Lo ha fatto notare lo stesso Pep, dopo l’esonero di Liam Rosenior al Chelsea. Un ambiente come quello che aveva trovato a Brescia, dove si è sempre sentito amato, sostenuto, difeso. Per questo alla vigilia della prima finale di Champions League vinta da tecnico con il Barcellona a Roma invitò gli amici biancazzurri, dal presidente Gino Corioni a Carletto Mazzone, allenatore che gli è rimasto nel cuore e che gli ha insegnato quanto sia fondamentale essere il punto di riferimento di un gruppo unito, uomini che si stimano e che si aiutano prima che atleti e campioni, soprattutto quando la vittoria è difficile da ottenere perché di base la tua squadra non sarebbe più la forte. Princìpi particolarmente utili per chi dovrà guidare il rilancio dell’Italia.
mazzone maestro
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Non solo. Mazzone, a Guardiola, ha trasmesso anche l’importanza di puntare sulle qualità dei giocatori migliori a costo di ricostruire la squadra intorno alle loro caratteristiche. Non significa rinunciare alle proprie idee, semmai tradurle in modo diverso e scoprirsi tecnici più versatili. Come Sòr Carletto spostò Pirlo dalla trequarti e lo mise al centro del villaggio, disegnando un Brescia improbabile per quanto’era spregiudicato ma bellissimo, così Pep ha fortificato l’ultimo City con Haaland in attacco e Donnarumma in porta: due giganti, il classico centravanti sfondareti di una volta e un portiere bravissimo con le mani e un po’ meno con i piedi, niente male come prova di apertura mentale da parte dell’inventore del Tiki-taka. Nell’Italia di Guardiola ci sarebbe posto per un po’ di Brescia. Se Sandro Tonali, che da qui è partito e in Premier League si è confermato centrocampista di caratura internazionale, si candiderebbe di sicuro per una maglia, non ci sarebbe da stupirsi se si riavvicinasse alla Nazionale Roberto Baggio, che di Pep è grande amico. Un’intesa umana fra fuoriclasse che non si sono mai persi di vista e parlano la stessa lingua sotto ogni aspetto: un po’ come Mancini & Vialli, artefici dell’ultima Italia vincente all’Europeo di cinque anni fa con il già citato Donnarumma fra i pali. Sintonie, sentimenti, sogni: elementi del Guardiola-pensiero, che dopo i trionfi celesti da Citizen potrebbe ritrovare l’azzurro da ct come al tempo in cui giocava nel Brescia.


