Keita: "Mia madre non mangiava per sfamare me, ai razzisti rispondo col sorriso. Mi chiamo Mandela perché..."

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Il centrocampista si racconta: "Ho visto cose nella vita che nessuno dovrebbe vedere. Chivu credeva in me, Cuesta è un tipo intelligente. Fatemi dribblare, e sono felice"

Andrea Schianchi

Giornalista

25 aprile - 08:51 - COLLECCHIO (PARMA)

Occhi furbi senza traccia di malizia, sorriso sul volto, naturale simpatia: Mandela Keita, di questo Parma che oggi attende il Pisa e si prepara a festeggiare la salvezza, è uno dei simboli, oltre che un pezzo pregiato che fa gola a molti club. E pensare che all’esordio in Serie A, nell’estate del 2024, si beccò due gialli nel giro di pochi minuti e venne espulso, facendo pensare ai tifosi che questo ragazzo arrivato dall’Anversa non fosse destinato al successo. "Ho fatto una cosa da stupido, probabilmente per la pressione e per la voglia di mettermi in mostra. Subito dopo mi sono detto: 'Io non sono stupido, sono intelligente: devo gestire questo momento'. E così è stato". 

Sulla sua maglia c’è scritto il suo nome: Mandela. Sua mamma Zenab gliel’ha messo in omaggio al grande Nelson Mandela. Che cosa sa di lui? 

"Tutto quello che mi ha spiegato mia madre e che sono riuscito a leggere. Per lei era un idolo e lo è anche per me. Sconfiggere l’apartheid in Sudafrica non dev’essere stato semplice". 

Che cosa dice ai razzisti? 

"Nulla, rispondo con un sorriso. Credo sia l’unico modo per combattere chi la pensa così»". 

Mia madre mi ha chiamato Mandela, per lei era un idolo. Quando ero piccolo lei non cenava purché mangiassi io

Mandela Keita

Il calcio è la cosa più importante della sua vita? 

"Prima c’è la famiglia. Sono cresciuto da solo con mia mamma. Ho visto cose che un bambino non dovrebbe vedere, mia madre che faceva due lavori e, siccome non c’erano soldi, a volte non mangiava per dare il cibo a me. Adesso che, oltre a lei, ho due fratelli gemelli e una sorella, mi sento il capofamiglia. Loro non sono i miei fratelli, sono i miei piccolini. Il calcio è uno strumento per guadagnare e per far stare bene la mia famiglia". 

Che cosa le piace di Parma e del Parma? 

"Della città amo la tranquillità e la gentilezza della gente. E il cibo, naturalmente: torta fritta e prosciutto. Il club mi piace perché è una famiglia, siamo tutti giovani e tutti legati". 

È vero che tifa Barcellona? 

"È la mia squadra di riferimento, e Ronaldinho è stato il mio eroe. Ammiravo il suo carisma. Mi sarebbe piaciuto giocare con lui, o con Messi, Xavi, Iniesta e Busquets. Per me erano il calcio". 

Dopo due anni in Italia si sente maturato? 

"Senza dubbio. Nuove esperienze, amicizie, abitudini. E un calcio tattico che mi piace". 

Com’è Carlos Cuesta? 

"Intelligente. Prima di cominciare a Parma ci siamo sentiti al telefono e non abbiamo parlato di calcio ma di vita. Mi ha fatto subito un’ottima impressione". 

A lanciarla è stato Chivu. 

"Mi ha insegnato a credere in me. Non posso che ringraziarlo". 

Come s’immagina dopo il calcio? 

"Imprenditore, già adesso compro appartamenti e li affitto. Oppure chef: in cucina sono bravissimo. Dovreste provare la mia pasta pomodoro, pollo, salsa e paprica. Oppure il deejay, la musica fa parte della mia vita". 

Che cos’è il successo per lei? 

"Quando vedo felici le persone attorno a me". 

Che cosa non le piace del calcio? 

"Quando si critica un giocatore che sbaglia. In quel momento va incoraggiato. Se lo fischi, lo fai precipitare ancora di più". 

E che cosa ama? 

"Il dribbling. Quando posso dribblare, come facevo quando ero bambino e giocavo da centravanti, sono davvero felice".

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