Nadia Alboreto: "Io e Michele sul podio a Las Vegas. Quando Enzo Ferrari non si fidò di Michael Jackson..."

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I ricordi della moglie del pilota morto in pista 25 anni fa: "Gli dicevo che non era portato, me lo rinfacciava sempre. Enzo per noi come un nonno, poi quando arrivò la Fiat cambiò il management e successero cose poco chiare"

Alessandro Miglio

Giornalista

25 aprile - 09:04 - MILANO

Un quarto di secolo. È passato tanto tempo, ma la morte di Michele Alboreto, avvenuta il 25 aprile 2001 durante un test al Lausitzring con l’Audi R8 Sport, non ha cancellato il suo ricordo dal cuore dei tifosi. Il milanese è stato uno dei piloti italiani di maggior successo. In Formula 1 ha conquistato cinque vittorie, sfiorando il Mondiale nel 1985, ed è ancora oggi l’ultimo pilota tricolore in grado di trionfare con la Ferrari. “E pensare che all’inizio della sua carriera gli ho detto: 'Secondo me non sei portato per questo mestiere'. Me lo ha rinfacciato sempre”, racconta la moglie Nadia. 

Come mai aveva questi dubbi sul talento di Michele? 

“Ha debuttato nel campionato di Formula Monza relativamente tardi (a 19 anni, ndr) e ricordo che a volte non riusciva a qualificarsi per le gare. In quel momento non pensavo che sarebbe diventato un pilota importante. Poi ovviamente mi sono ricreduta, anche perché ha dimostrato di avere tantissima determinazione. Si dice spesso che la Formula 1 sia uno sport per ricchi, ma lui aveva alle spalle una famiglia normalissima. Non ha avuto assolutamente la strada spianata, se è arrivato così in alto il merito è dei risultati che ha ottenuto e dei suoi valori. Chi l’ha conosciuto sa che era una persona gentile e sempre disponibile. Quindi, tutti erano ben contenti di offrirgli la possibilità di correre”. 

A quale delle sue vittorie è più affezionata? 

“Alla prima, conquistata a Las Vegas nel 1982. È stata inaspettata e in quell’occasione siamo anche saliti insieme sul podio. Adesso una cosa del genere sarebbe impensabile. In quel periodo Michele correva con la Tyrrell, poi alla scadenza del contratto è passato alla Ferrari. Per lui è stata la realizzazione di un sogno, ma abbiamo dovuto anticipare il matrimonio. Sposarci dopo sarebbe stato impossibile per noi che non amavamo il clamore”. 

Che rapporto avevate con Enzo Ferrari? 

“Per noi era come un nonno, sempre calmo e pacato. Quando è nata la nostra prima figlia, l’ingegnere ha chiamato Michele nel suo ufficio e ha esclamato: 'Tieni, queste sono le chiavi della tua nuova macchina'. E gli ha regalato una Ferrari a quattro posti, che abbiamo tenuto per tanti anni. Un altro aneddoto riguarda Michael Jackson: dopo essere andato a Maranello, ha deciso di comprare tre supercar. Enzo non lo conosceva e pensava che non potesse permettersele. Hanno provato a tranquillizzarlo, ma è servita la conferma da parte della banca. Michele portava spesso questi personaggi a fare un giro a Fiorano”. 

Nella stagione 1985 sembrava potesse conquistare il titolo, invece si è dovuto accontentare della seconda posizione in classifica alle spalle di Alain Prost. 

“La prima parte di campionato è stata superlativa, poi però la Ferrari ha cambiato le turbine e la macchina ha iniziato a rompersi. Purtroppo è andata così. Per lui sono stati anni molto impegnativi, perché sentiva la responsabilità di portare la squadra a vincere e quella stagione gli ha dato una grande delusione. Però ha regalato lo stesso ai meccanici il viaggio che aveva promesso in caso di conquista del Mondiale: li ha fatti andare tutti alle Maldive”. 

Quanto ha contato la morte di Enzo nel suo addio alla Ferrari? 

“Molto. Michele aveva rifiutato delle offerte da altre squadre per via del suo legame con l’ingegnere, ma quando è arrivata la Fiat è cambiato tutto il management e sono successe delle cose poco chiare. Nel GP d’Italia del 1988, corso quattro settimane dopo la scomparsa di Enzo, la rossa ha ottenuto una doppietta con Gerhard Berger primo e mio marito secondo. Durante la corsa hanno chiesto a Michele di rallentare perché aveva poco carburante, ma una volta tornati ai box abbiamo scoperto che non era vero. In quel momento Berger era il nuovo talento che stava emergendo e lui il vecchio che doveva andarsene”. 

Quando è arrivata la Fiat è cambiato tutto il management e sono successe delle cose poco chiare

Fuori dalla pista era spericolato come tanti altri piloti? 

“Quando nevicava mi usava come peso per fare le derapate e i testacoda. In autostrada, invece, avevo l’impulso di schiacciare il pedale del freno. Gli dicevo: “Ora mi addormento, così passo dal sonno alla morte senza accorgermene”. In realtà mi sentivo al sicuro con lui, ma avevo paura delle altre persone per strada”. 

Quella in cui ha corso era un’epoca della F.1 molto diversa rispetto a quella attuale… 

“Abbiamo visto tanti piloti morire, a partire dal nostro amico Riccardo Paletti, che nel GP del Canada del 1982 ha colpito la Ferrari di Didier Pironi, rimasta ferma sulla griglia di partenza. Poco prima eravamo andati insieme alle cascate del Niagara. Infatti, abbiamo portato le sue ultime foto ai genitori. Anche gli incidenti di Gilles Villeneuve ed Elio De Angelis sono stati difficili da accettare”. 

Come viveva i momenti in cui Michele era in pista? 

“Quando sentivo la sirena e i piloti rientravano ai box avevo sempre paura che gli fosse successo qualcosa. Poi lo vedevo e tiravo un grande sospiro di sollievo. Fortunatamente non ero mai sola, ma stavo insieme alle mogli degli altri italiani. Ho stretto delle amicizie importanti nel paddock, che continuo a coltivare”. 

Abbiamo visto tanti piloti morire, a partire dal nostro amico Riccardo Paletti

Adesso c’è Andrea Kimi Antonelli in testa alla classifica. Che opinione ha di lui? 

“Molte persone mi dicono che ricorda Michele perché è un bravo ragazzo, gentile e talentuoso. Gli auguro davvero di togliersi tantissime soddisfazioni, compresa quella di conquistare il Mondiale. Finora è stato bravissimo e si è meritato di vincere due Gran Premi. Prima di lui ho ammirato Michael Schumacher, che ha compiuto delle imprese grandiose. Mi è dispiaciuto molto per il suo incidente, purtroppo è la prova che le disgrazie possono accadere ovunque”.

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