Savicevic: "Genialate, litigate e il Milan nel cuore. La mia vita è un romanzo"

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I dribbling, le finte, gli assist e i gol. Uno su tutti, quello al Barcellona nella finale di Champions del ’94. Ma anche le pause, gli infortuni, le litigate con Capello. In occasione dell’uscita del suo libro, l’ex campione del Milan si racconta

Fabrizio Salvio

Giornalista

25 aprile - 21:04 - MILANO

Trovarsi davanti a Dejan Savicevic, anche adesso che è un distinto signore dai capelli bianchi capace di coprire in auto in un sol giorno la distanza dal Montenegro all’Italia per fare da ospite d’onore alla presentazione della sua biografia, significa riconoscere l’essenza della grandezza calcistica. Purché, certo, ci si spogli da ogni archetipo e pregiudizio imposti dal tifo. Chi ha avuto la ventura di ammirarlo dal vivo ricorderà che nelle sue giornate migliori - sono state tante, e avrebbero potuto essere di più, se l’incostanza propria dei geni (e lui è stato il Genio per definizione), una certa idiosincrasia verso consegne tattiche troppo rigide e i molteplici infortuni muscolari non ne avessero limitato l’impiego - Savicevic ha espresso calcio in purezza. Andatura caracollante, per non dire scomposta, puntava il difensore col pallone incollato al piede sinistro; una finta e, hop, l’avversario si sbilanciava fino a cadere, mentre lui scartava dalla parte opposta. Dribbling strettissimi, controlli con la suola, il gusto tutto slavo di tornare indietro per tormentare ancora l’avversario, dopo averlo già saltato, con una nuova finta, un altro tunnel, l’ennesimo gioco di prestigio. Nel calcio che stava già cambiando - sempre più forza e corsa, sempre meno tecnica ed estetica - Savicevic è stato tra gli ultimi ad arrendersi. Ha sparso petali di rosa per il campo finché glielo hanno consentito le sue cosce di cristallo. Personalità da leader e occhi spiritati, al Milan litigò con Fabio Capello pur di imporre la sua visione del calcio nel solo modo che conosceva: dimostrandosi il più forte di tutti. Forte e vincente, come testimoniano, per limitarci alla sola carriera italiana, i 3 scudetti, la Champions, la Supercoppa Uefa e le 3 Supercoppe italiane. Trent’anni dopo, circondato dall’euforia dei tifosi del Milan Club di Sesto San Giovanni che porta il suo nome, Dejan Savicevic si racconta. 

Nella introduzione alla biografia, Zvonimir Boban, suo compagno al Milan, spende su di lei parole meravigliose: "Savicevic era divinamente animalesco… incarna un calcio sublime come poesia". In quali momenti il suo calcio ha espresso la più alta forma di poesia? 

“Se parliamo di Milan, sicuramente nella partita col Barcellona del ’94. Una finale di Champions vista in 110 Paesi, il loro allenatore Cruijff che alla vigilia andava ripetendo di aver già vinto, avversari come Romario e Stoichkov… È finita 4-0 per noi. Io segno il terzo gol: un pallonetto da fuori area che scavalca Zubizarreta e si infila sotto alla traversa. Nella mia mente avevo 'visto' il punto esatto in cui sarebbe caduta la palla nel momento stesso in cui l’avevo colpita. La notte di Atene è stata la mia notte”. 

Ancora Boban: "Dejan emanava fascino, carisma, l’attrazione per la grandezza". 

“Baresi e Maldini erano di questo stampo. Hanno fatto la storia del Milan e rappresentavano, diciamo, il muro della squadra. Io ero un giocatore diverso, creativo ed emotivo. Per esempio, la mia prima finale di Champions, con la Stella Rossa contro il Marsiglia, l’ho giocata male-male. E anche al debutto da professionista, a 16 anni e mezzo col Buducnost proprio contro la Stella Rossa, in uno stadio pieno, ero stordito, quasi non mi rendevo conto dove fossi. Una sensazione che durò fino al primo tocco di palla. Ma, sai, la prima volta di qualsiasi cosa è sempre la più difficile. Perciò, prima del Barcellona mi sono detto: ‘Stasera gioco bene, non mi frega niente di chi ho davanti’. Quella volta non ho avuto paura di nessuno”. 

Chi le fa brillare gli occhi, nel calcio di oggi? 

“Negli ultimi 20 anni ci sono stati Messi, Ronaldo. A me piaceva anche Ronaldinho. E pure Neymar, ma non era un vero professionista. Peccato, perché poteva arrivare ai livelli di quei tre. Adesso c’è Yamal, che ha qualcosa di diverso da tutti gli altri. Mi assomiglia un po’: parte dalla destra, si accentra, è mancino, ha fantasia, dribbling, colpisce con l’esterno del piede come neanche Messi o Maradona”. 

Fuori dal calcio, Savicevic dove cerca la bellezza, l’arte? 

“Mah. Io sono un tipo molto pratico”. 

Perché non è arrivato a essere grande come Maradona? 

“Diego era Diego, io da giovane mi sono operato di pubalgia e dopo quella operazione ho avuto sempre problemi muscolari”. 

È vero che alla Stella Rossa le facevano infiltrazioni per rimetterla in piedi il più presto possibile? 

“No, quelle sono cazzate. Una volta sola ho preso una puntura. Ma dopo quell’intervento chirurgico sono iniziati i problemi muscolari. Non ho fatto una buona riabilitazione. Mi dicevano: ‘Corri, e tutto torna a posto’, ma io mi sentivo diverso”. 

Cosa ruberebbe al calcio di oggi per metterlo in quello dei suoi tempi e viceversa? 

“Risponderò in un altro modo. Ai miei tempi ai difensori era permesso picchiare. Oggi Maradona e Savicevic sarebbero molto più protetti. D’altra parte, ora si giocano molte più partite. Prima la Serie A aveva 18 squadre, per vincere la Champions dovevi giocare solo 9 partite. Però adesso i calciatori guadagnano molto di più. È difficile fare paragoni”. 

Boban: “Quando Savicevic puntava l’avversario non aveva forma. Il suo calcio fluttuava”. Che cos’era per lei il dribbling? 

“Era l’eredità lasciatami dal calcetto; dal futsal, che giocavo molto bene. Per questo, quando puntavo il difensore, gli facevo sempre la finta. Se lui ci cascava e andava a sinistra, io andavo a destra, e viceversa. Fintavo da una parte e spostavo la palla dall’altra. Non avevo un solo tipo di dribbling e non andavo sempre dalla stessa parte”. 

Il bambino Savicevic aveva un idolo? 

“Maradona, anche se tra noi c’erano solo 6 anni di differenza. Prima ancora mi piacevano quelli che giocavano nella allora Jugoslavia, e Platini. Da noi si vedevano tanto Rai 1 e Rai 2. Aspettavamo le 18.10 per vedere 90° Minuto. Ecco, io di quella Juve ricordo ancora la formazione: Zoff Gentile Cabrini Bonini Brio Scirea Causio Tardelli Rossi Platini Boniek” (la ripete di getto come una filastrocca). 

Non dica che era tifoso bianconero... 

“No, ma negli Anni 80 era la squadra più vista in Montenegro”. 

Nella classifica dei grandi numeri 10 della storia Savicevic come è piazzato? 

“Io posso parlare dei “10” che ho visto. Di Pelé ho guardato poca roba, ma è uno che ha vinto tre Mondiali. Ho sentito parlare di Di Stefano, ma che ne so io di lui. È molto difficile fare classifiche. Ok, so che ai miei tempi ero fra i tre, quattro giocatori più forti al mondo, però non c’era Messi. Forse non c’era una concorrenza così forte in quel periodo”. 

Che vuol dire portare il 10 sulle spalle? 

“È il numero più prestigioso. È stato di Pelé, Maradona, Platini, Matthaus… L’ho indossato alla Stella Rossa, al Milan… Te lo devi meritare”. 

Al Milan arriva nel ’92 e all’inizio sono problemi. Questione di lingua? 

“Ma quale lingua! George Weah, aveva problemi di lingua! Dopo due anni e mezzo con noi non diceva ancora una parola d’italiano. Il fatto è che c’erano 6 stranieri e se ne potevano schierare solo 3. Capello, giustamente, non voleva rinunciare agli olandesi che avevano vinto tutto. A un certo punto gli dico: ‘Fammi giocare cinque partite di seguito e, se non faccio bene, sarò io per primo a farmi da parte, togliendo il disturbo. Ma se mi schieri ogni tanto, come posso entrare in forma?’. Il primo anno giocai dieci partite: alla Stella Rossa ne facevo 30. Dopo l’Intercontinentale persa nel ’94, che lui non mi fece giocare, cambiò tutto. In meglio. Oggi con Capello sono in buoni rapporti, ci incontriamo in qualche evento”. 

I tre compagni più forti nel Milan. 

“Almeno cinque: Van Basten, Gullit, Weah, Maldini, Baresi”. 

A tavolta sedeva accanto a...? 

“Baresi, Maldini, Boban, Tassotti”. 

Di chi era più amico? 

“Sebastiano Rossi, perché vivevamo nello stesso condominio di Castellanza. Con noi c’erano Marco Simone e Panucci. Pure Massaro era un amico. Ma andavo d’accordo con tutti”. 

Qual è la partita che vorrebbe rigiocare per prendersi una rivincita? 

“Il mio più grande rimpianto è essermi fatto male prima della finale di Champions del ’95 contro l’Ajax”. 

Era il prediletto del presidente Berlusconi: le ha mai creato problemi il vostro rapporto? 

“Mai. Lui mi ha aiutato tanto. E mi dispiace che, entrando in politica, si fosse un po’ allontanato dal club. Come mi dispiace che non sia riuscito a trasmettere ai figli il suo amore per il Milan. Era un uomo che investiva per vincere, non per avere il bilancio in ordine come succede adesso”. 

Chi le piace, di questo Milan? 

“Sinceramente, non abbiamo un giocatore di grandissima classe. È quello che manca al Milan. Mi aspettavo molto di più da Leao, per esempio. Modric è speciale, ma ha 40 anni. Mi dispiace che sia andato via Theo Hernandez, anche se Bartesaghi è bravo”. 

Le piace Allegri? 

“Sì. Il problema è che non ha una squadra all’altezza”. 

Qual è il problema del calcio italiano? 

“Vedo Napoli-Milan e mi accorgo che solo tre dei giocatori in campo potrebbero giocare per la Nazionale. Nel mio periodo in Italia l’unico portiere straniero era Taffarel al Parma. I difensori, i centrocampisti, erano quasi tutti italiani, ed erano i migliori al mondo; all’estero compravate i fantasisti, i centravanti, ma il resto era tutta roba vostra. L’Italia produceva talento. Ora non più. Non avete più giocatori come Totti, Baggio, Vialli, Mancini. Così può succedere che la nostra Under 17 batta la vostra 2-1. Solo che noi siamo un Paese di 625.000 abitanti, mentre in Italia siete più di 60 milioni. Da presidente della Federcalcio del Montenegro mi dispiace per Gravina, ma l’unica cosa che poteva fare per togliersi dalle spalle la responsabilità per la mancata qualificazione al Mondiale sarebbe stata mettere sulla panchina della Nazionale uno tra Ancelotti, Allegri o Conte, per poi dire: cosa volete, non c’è nessuno meglio di questi tre. Poteva evitare di mandar via Spalletti per Gattuso, questo sì. Spalletti ha molta più esperienza ed è un vincente”.

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