Dalle promesse all’Inter ai ritorni al Chelsea, fino al caso Napoli con Conte, una carriera di passioni, ripensamenti e rotture
Belgian gigolo. È Lukaku, uno che piace a tutte (le squadre). Le prende, le ama, le lascia. Che gran figlio di centravanti. Due mesi fa segnò un gol al Verona e si mise a piangere. Anche i giganti come lui hanno un cuore. E la faccia tosta per dire senza remore: “Prima di arrivare a Napoli ero morto”. (Qualcuno spieghi a Big Rom che il detto funziona al contrario: vedi Napoli e poi, semmai…). Nemmeno trenta giorni dopo quelle dichiarazioni da melò calcistico e a Napoli è scoppiato il caso: l’attaccante non si è più fatto vedere.
Antonio Conte, uno con le spalle larghe, ha tirato dritto per la sua strada: per lui nessuno è intoccabile. E quando poche ore fa Lukaku è tornato a Castelvolturno a farsi un giro dal direttore sportivo, l’allenatore non gliele ha mandate a dire: “L’ho visto? No. Non ho avuto l'opportunità di parlargli. Lui è venuto al centro, ha parlato con un dirigente ma con me no. Io ho l'ufficio lì, nessuno è venuto a bussare alla mia porta. Mi è dispiaciuto tanto questo: un messaggio, qualcosa. Un allenatore cerca di dover capire tutti ma nessuno cerca di capire l'allenatore”. Però questa non è la solita storia. Non è andata come con Higuain, Osimhen e Kvara, o tutti quelli che Napoli l’hanno vista come una terra da attraversare. Per Lukaku è la normalità. Si prende quello che vuole, e il resto non importa. Ma sotto il Vulcano sanno che coss’è l’amor (Capossela), e certi sentimenti non vanno sporcati.
in Premier league
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Romelu, Romelu, perché sei tu Romelu? Ci vorrebbe Shakespeare per cesellare la vita di questo attaccante malandrino. Quando si trasferì dal Chelsea all’Everton, tanti anni fa (era il 2014), dichiarò di non aver rimpianti. "Nel calcio non ci sono. A volte si fanno delle scelte”. E detto da lui, che a Stamford Bridge era arrivato come l’astro più brillante del firmamento, sembrò un modo per fregarsene. La decisione di andare via la fece comunicare al suo agente. In panchina c’era José Mourinho, che lo scoprì dalla società. Mou, integro come sempre, fece comunque un tweet: "Io e il Chelsea Football Club auguriamo a Romelu ogni bene. È un bravo ragazzo". A colpi di tweet rispose l’attaccante belga, una volta atterrato all’aeroporto di Liverpool: “È ora di scrivere un nuovo capitolo”. Durato poi quasi quattro stagioni e la bellezza di quasi novanta gol. Lukaku era un ragazzo ambizioso, impossibile da fermare. “Non ho rimpianti. Sono molto contento delle scelte che ho fatto. A volte cose del genere succedono nel calcio. A volte non è destino. Il Chelsea è un grande club e quando sono arrivato avevo 18 anni. Ero molto ambizioso. Mi hanno insegnato a essere un professionista, l'etica del lavoro e la mentalità vincente. E’ un grande club. Non direi nulla di male su quel club, ma non volevo stare in panchina per 10 anni”.
Il messaggio voodoo
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Lukaku seduce e poi se ne va, è la sua natura. Non è cattivo, lo disegnano così. Meglio di Jessica Rabbit. Dall’Everton se ne andò per un messaggio voodoo. Lo rivelò Farhad Moshiri, l’azionista di maggioranza. “Vi posso assicurare che abbiamo provato di tutto per trattenere Rom. Se vi dicessi cosa gli abbiamo offerto, non ci credereste”. Andò al Manchester United per 75 milioni di sterline. Moshiri assicurò di avergli “offerto un contratto migliore” e che l’agente era andato a Finch Farm per firmare. “Robert Elstone, l’amministratore delegato era presente, era tutto pronto, c'erano alcuni giornalisti fuori, poi durante la riunione Rom ha chiamato sua madre. Ha detto che era in pellegrinaggio in Africa o da qualche altra parte e che aveva partecipato a una cerimonia voodoo e aveva ricevuto il messaggio che doveva andare via”, rivelò al Guardian. Restò due stagioni allo United, poi anche lì sentì che il suo tempo era finito. Un’altra scusa, un’altra volta sedotti e abbandonati (i tifosi). Lukaku aveva segnato 42 gol in 96 partite, ma credeva di essere stato preso di mira dalle critiche quando i risultati erano stati deludenti. "Devono trovare qualcuno da incolpare”, ha detto. “E’ Pogba, sono io o è Alexis. Siamo sempre noi tre. Per quanto mi riguarda, la situazione è complessa e variegata”. Sostenne che il Manchester non lo aveva protetto. E allora via, un’altra storia: all’Inter. Sembrava amore vero.
Lo scudetto con l'inter
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Conte, che era l’allenatore di quel gruppo, lo prese e lo trasformò in Big Rom: non più una promessa, non più un equivoco, non più un centravanti da Premier con la testa rivolta altrove. Ehi, Rom, hai messo la testa a posto? Bravo. Uno scudetto, la Lu-La (Lukaku-Lautaro), San Siro. Due anni, manco pochi. Poi la voglia di cambiare, di tornare con le ex. Al Chelsea, un’altra volta. Però lo sanno tutti che le minestre riscaldate non funzionano. Infatti subito dopo è arrivato il pentimento. “Non penso che tutto questo sarebbe dovuto succedere nel modo in cui è successo. Il modo in cui ho lasciato l’Inter e il modo in cui ho comunicato con i tifosi: sono infastidito da questo”, disse a Sky. E ancora: “Ho sempre detto che amo l’Inter e che tornerò a giocare lì”. In quell’intervista mise giù pure il manifesto del suo cuore nerazzurro: “In Italia ci sono solo i nerazzurri”. “Mai a Juve o Milan”. “Se in futuro torno in Italia gioco all’Inter”. Promesse, promesse, promesse. Al Chelsea, poco dopo, confessò di non essere felice: “Non sono contento della situazione”. Tuchel, l’allenatore, aveva cambiato sistema, Lukaku si sentiva fuori posto. Morale: altro giro, altro ritorno. Di nuovo all'Inter. Scusa amore, ho sbagliato. Apri. Sono io. E l’Inter aprì. Lo prese in prestito. Lukaku fece gol, si fece male, rientrò, sbagliò, lottò. Poi arrivò l’estate e il telefono smise di suonare e diventò una prova d’accusa. I dirigenti nerazzurri chiamavano, lui non rispondeva. Intanto parlava con la Juventus. Proprio quella Juventus che aveva giurato di non voler mai. Non ci andò, ma bastò il pensiero. Nel calcio, a volte, il tradimento comincia persino prima della firma. E la LuLa? Big Rom e Lautaro si salutavano dai rispettivi balconi di City Life, erano amici, da allora non si parlano più-
i fischietti
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Quando poi tornò a San Siro con la Roma (anche qui in prestito dai Blues), la Curva Nord preparò cinquantamila fischietti per accoglierlo. “Traditore”, è così che lo chiamarono. Stamparono dei volantini: “29 ottobre data da segnare in rosso per far sentire tutto il disgusto che proviamo verso chi ci ha voltato le spalle nel modo più indegno. Un personaggio che si è dimostrato un piccolo uomo, perché prima di essere un campione bisogna essere uomini e saper rispettare la parola data: ti abbiamo difeso a spada tratta e ci hai ripagato voltandoci le spalle”. E ancora: “Facciamo vedere a tutti come merita di esser trattato chi si è mostrato indegno di indossare i nostri colori”. Alla fine i fischietti li vietarono, ma non servì. Ai giallorossi cominciò benissimo la stagione, poi si annoiò pure lì. Alla fine i gol romani erano stati 20, gli permisero di toccare quota 300 reti con i club. Ma solo uno lo segnò contro una delle prime cinque della Serie A (la Juventus). In Europa, poi, luci e ombre. Quando arrivò la chiamata di Antonio Conte, da Napoli, non ci pensò più di tanto e andò. Lukaku assicurò che nessun favore gli era stato concesso. “Da Conte non ho alcun trattamento di favore, anzi, con me è più severo perché si aspetta molto”. E giurò di sentirsi almeno un po’ napoletano. “Ogni giorno di più”, disse. Più tardi sono nati i problemi. Ma, come cantava la Carrà, sai che c’è? Trovi un altro (campionato) più bello che problemi non ha.



