Vitamina D e Alzheimer: i livelli a 40 anni potrebbero influire sul cervello 16 anni dopo

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Un programma decennale mostra che la vitamina D nella mezza età potrebbe influire sui marcatori precoci della demenza

Eu.Spa.

24 aprile - 17:10 - MILANO

La vitamina D è quella che prendiamo d'estate stando al sole o d'inverno, attraverso un integratore, quando il medico ci dice che ne abbiamo poca. A lungo, la ricerca l'ha associata alla salute delle ossa, poi alle difese immunitarie. E negli ultimi anni il suo nome è comparso sempre più spesso anche accanto a quello dell'Alzheimer, ma quasi sempre in studi su persone anziane. Uno studio pubblicato su Neurology Open Access ha guardato a un'età diversa: 39 anni. E ha trovato che i livelli di vitamina D a quell'età potrebbero essere collegati a quello che succede nel cervello sedici anni dopo. 

Vitamina D e Tau

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I ricercatori hanno lavorato sui dati del Framingham Heart Study, un programma che segue la salute di famiglie nel Massachusetts (USA). Tra il 2002 e il 2005, 793 partecipanti hanno fatto un prelievo di sangue per misurare la vitamina D: la media nel gruppo era 38 nanogrammi per millilitro, e circa un terzo si trovava sotto i 30 ng/ml, che molti considerano il limite dell'insufficienza. Sedici anni dopo, parte di loro è tornata per scansioni cerebrali in grado di rilevare tau e amiloide, le due proteine che si accumulano nel cervello prima che l'Alzheimer diventi diagnosticabile, spesso con decenni di anticipo rispetto ai primi sintomi. Nessuno al momento delle scansioni soffriva di demenza o altre patologie neurologiche note. Ma chi aveva livelli più alti di vitamina D a 39 anni mostrava, nelle scansioni successive, meno depositi di tau nelle aree legate a memoria e orientamento che l'Alzheimer. Più alta era la concentrazione di vitamina D, minore risultava il carico di tau, con una relazione che seguiva una scala continua piuttosto che una semplice soglia. Con l'amiloide, invece, non è emersa alcuna correlazione: i ricercatori lo spiegano col fatto che la tau si accumula prima, ed è quella più facile da intercettare in un gruppo ancora relativamente giovane. Né il sesso né la variante genetica APOE e4, che aumenta il rischio di Alzheimer, cambiavano il risultato. 

funzioni cognitive

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La biologia offre forse una spiegazione: i recettori per la vitamina D sono presenti in tutto il sistema nervoso, ippocampo compreso. Ed essa regola i processi infiammatori e contrasta alcune forme di danno cellulare legate all'invecchiamento, due meccanismi direttamente coinvolti nell'accumulo di tau. In studi su animali, alcune settimane di dieta carente di vitamina D erano sufficienti ad aumentare tau e amiloide nel cervello e ad accelerare la morte dei neuroni. I trial clinici sull'uomo gli esiti sono meno uniformi, ma un'analisi che ha raccolto i dati di 24 studi controllati su oltre 7.500 persone ha trovato un effetto positivo modesto ma consistente sulle funzioni cognitive, più marcato in chi partiva da livelli già bassi. 

Lo studio di Neurology registra un'associazione, non dimostra una causa. Chi ha più vitamina D potrebbe anche fare più attività fisica, stare più all'aperto o mangiare meglio, variabili che contribuirebbero a una miglior salute del cervello. Ma la cornice la connessione tra i bassi valori di vitamina D a 39 anni e la presenza di alcuni indicatori dell'Alzheimer, 16 anni dopo, è senz'altro interessante per chi si occupa di malattie neurodegenerative. 

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